Approvata alla Camera, ma il coraggio dov’era?
Di Carmine Soldano
Il 14 maggio 2026, nella seduta n. 660 presieduta dalla Vicepresidente Anna Ascani, l’Assemblea della Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega A.C. 1716-A per il riordino delle funzioni e dell’ordinamento della Polizia Locale.
Una notizia immediatamente accompagnata da toni solenni, dichiarazioni enfatiche e aggettivi altisonanti: “storica”, “epocale”, “attesa da quarant’anni”. Ed è vero: quarant’anni sono trascorsi dalla Legge quadro n. 65 del 7 marzo 1986, rimasta per decenni l’unico riferimento normativo organico di un Corpo che, nel frattempo, è cambiato radicalmente. Una legge figlia di un’Italia che non esiste più: precedente alla riforma del Titolo V, alla stagione della sicurezza integrata, all’esplosione del degrado urbano, alla trasformazione delle città, ai nuovi fenomeni criminali, alla digitalizzazione delle banche dati e alla mutazione profonda del concetto stesso di sicurezza urbana.
Oggi quella legge è, almeno formalmente, destinata a essere superata. Bene. È giusto riconoscerlo.
Ma proprio perché il momento è importante, sarebbe un errore imperdonabile confondere la sobrietà dell’analisi con il trionfalismo della propaganda.
Perché la verità, se la si guarda senza il trucco della retorica parlamentare, è più scomoda: la Camera non ha approvato la riforma della Polizia Locale. Ha approvato la possibilità di scriverla e, soprattutto, ha scelto, ancora una volta, di non sciogliere fino in fondo il nodo più importante: il riconoscimento pieno della Polizia Locale come parte strutturale del sistema sicurezza nazionale.
Il Parlamento aveva l’occasione di compiere una scelta storica. Invece, ha preferito, ancora una volta, amministrare l’ambiguità.
- UNA LEGGE DELEGA NON È UNA RIFORMA: È UNA PROMESSA
Bisogna essere chiari con gli operatori, con i comandanti, con i sindaci e con i cittadini: il testo approvato oggi non è una norma immediatamente applicabile. Non è la riforma. È l’autorizzazione a scrivere la riforma.
Una legge delega, per quanto legittima e spesso necessaria, è, nella sostanza, un mandato affidato al Governo. Il Parlamento fissa i principi, traccia le cornici, indica i criteri direttivi. Poi delega all’Esecutivo il compito di tradurre tutto questo in decreti legislativi entro dodici mesi. Sono quei decreti che cambieranno (o non cambieranno) la vita quotidiana di migliaia di operatori.
L’opposizione ha parlato di un “assegno in bianco al Governo”. Non è una formula polemica. È una valutazione tecnicamente corretta.
Chi conosce la storia recente della materia sa bene quanto questo passaggio sia decisivo. Nella XVIII legislatura, un testo condiviso e ampiamente sostenuto finì per essere profondamente modificato nelle stanze ministeriali, dove le riforme spesso si riscrivono silenziosamente, lontano dai riflettori parlamentari. La relatrice Augusta Montaruli ha assunto in Aula un impegno pubblico chiaro: “Questa riforma si fa, si farà e si farà entro la legislatura”. Parole importanti, ma… Le riforme non si misurano sulle intenzioni, si misurano sui decreti attuativi. Ed è proprio qui che nasce il primo grande sospetto della categoria: che la legge delega diventi il più raffinato strumento di rinvio istituzionale. Si annuncia oggi ciò che potrebbe non realizzarsi mai domani. Si celebra una riforma che, senza decreti, resta soltanto una promessa.
- IL VERO PROBLEMA: LA POLIZIA LOCALE CONTINUA AD ESSERE TOLLERATA, NON RICONOSCIUTA
Il punto centrale non è tecnico. È politico e culturale. Da decenni la Polizia Locale vive dentro una contraddizione istituzionale irrisolta: le si chiedono responsabilità crescenti senza riconoscerle uno status adeguato. Si pretende presenza h24, presidio del territorio, attività di polizia giudiziaria, sicurezza urbana, controllo ambientale, polizia stradale, edilizia, commerciale, protezione civile, ordine pubblico di prossimità e così via. Tuttavia, si continua a evitare di affermare, con chiarezza normativa, ciò che la realtà ha già scritto da anni: la Polizia Locale è sicurezza pubblica di prossimità. Non è un ufficio comunale con la divisa. Non è una funzione amministrativa accessoria. Non è un corpo ancillare.
È sicurezza. Rappresenta il primo presidio che il cittadino incontra e spesso l’ultimo che vede.
Eppure… Il Legislatore continua a osservarla con una prudenza quasi notarile, come se riconoscerne pienamente la natura di forza di sicurezza territoriale fosse una concessione eccessiva, un equilibrio da non turbare.
Il Parlamento aveva l’occasione di chiudere definitivamente quarant’anni di ambiguità. Ha preferito, ancora una volta, rinviarla.
- I NODI CHE LA DELEGA LASCIA APERTI
Il testo approvato contiene principi condivisibili: una più chiara definizione delle funzioni di polizia amministrativa, giudiziaria e stradale; il rafforzamento della formazione iniziale e continua; l’uso di strumenti tecnologici adeguati; il patrocinio legale; il tema della sicurezza integrata.
Tutto giusto, necessario!
Tutto… Ancora drammaticamente insufficiente. Perché i punti che gli operatori attendono da anni restano, ancora una volta, affidati ai decreti attuativi.
- L’ACCESSO AL CED-SDI
È il simbolo perfetto dell’ambiguità italiana. L’accesso è richiamato nel provvedimento, ma non definito con chiarezza operativa.
Un operatore di Polizia Locale che ferma un soggetto per un controllo non ha ancora la certezza di poter accedere alle stesse informazioni disponibili, nello stesso territorio e nella stessa situazione operativa, ad un appartenente alle Forze di Polizia statali.
Questo non è un problema tecnico. È una dichiarazione politica implicita.
Nel sistema sicurezza italiano esiste ancora una gerarchia non scritta: c’è chi appartiene al sistema e chi vi è ammesso in subordine.
Orbene, finché questa verità non verrà nominata, ogni riforma resterà incompleta.
- LE BODYCAM
Richiamate nel dibattito, celebrate politicamente, ma ancora prive di una disciplina immediatamente operativa.
Le bodycam non sono un vezzo tecnologico. Sono tutela per l’operatore e garanzia di trasparenza per il cittadino. Rinviarne ancora la regolazione significa trasformare uno strumento necessario in una promessa elettorale permanente.
- IL PORTO D’ARMA FUORI DAL TERRITORIO DI APPARTENENZA
Tema reale, quotidiano, spesso affrontato con imbarazzante superficialità. Un agente che termina il turno e si ritrova giuridicamente disarmato nel tragitto verso casa vive una contraddizione normativa che non ha nulla di teorico.
È una lacuna operativa, una vulnerabilità!
Affidarla integralmente ai decreti significa evitare oggi una scelta che avrebbe meritato una risposta netta.
- CONTRATTO, PREVIDENZA E SPECIFICITÀ PROFESSIONALE
Si richiama la specificità del personale, ma senza una definizione concreta di un contratto realmente separato e senza un serio riconoscimento previdenziale.
Qui si annida (forse) la più grande ipocrisia del sistema.
Si pretende una funzione usurante senza riconoscerne l’usura. Si pretende rischio senza garantire adeguata tutela. Si pretende esposizione senza costruire protezione.
- ORGANICI E RISORSE
Questo è il nodo più grave. Oltre undicimila unità in meno dal 2009 ad oggi. Con le stesse funzioni. Anzi, con funzioni crescenti.
Il testo non introduce risorse strutturali adeguate per assunzioni, previdenza dedicata e riconoscimento reale della specificità professionale.
Chiedere più compiti senza riconoscere più risorse non è una riforma. È un aggravio.
- IL VOTO FINALE RACCONTA MOLTO.
La maggioranza ha votato compatta a favore.
Il Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Azione si sono astenuti.
Il Movimento 5 Stelle ha votato contro.
Nessuna opposizione ha votato a favore. È un dato che pesa.
Perché una riforma che nasce senza consenso trasversale rischia di avere gambe corte e decreti fragili.
Ora il testo passa al Senato.
Dopodiché, inizieranno i dodici mesi decisivi.
Dodici mesi nei quali associazioni di categoria, comandanti, amministratori e operatori dovranno presidiare ogni tavolo tecnico, ogni consultazione, ogni passaggio ministeriale.
Perché il tempo delle dichiarazioni solenni è finito oggi.
Il tempo del lavoro vero comincia domani.
- LA VERA RIFORMA NON ARRIVERÀ DA SOLA.
La Camera ha compiuto un passo necessario. È giusto riconoscerlo ma una legge delega non è un traguardo. È una partenza e…partire non significa arrivare.
Il rischio più grande oggi non è l’insufficienza del testo. È l’autocompiacimento: convincersi che il problema sia risolto; scambiare l’anticamera per la casa.
La vera riforma non arriverà quando il Parlamento approverà una delega.
Arriverà quando la categoria avrà il coraggio di smettere di chiedere permesso.
Quando pretenderà riconoscimento e non concessioni.
Quando parlerà con una voce sola.
Quando smetterà di pensarsi come un corpo tollerato ai margini e inizierà definitivamente a riconoscersi per ciò che già è: una forza di polizia territoriale moderna, necessaria, strutturale.
Fino ad allora, ogni legge rischierà di restare soltanto carta.
E ogni celebrazione soltanto retorica.
Dopo quarant’anni, francamente, meritavamo molto di più.










