Se manca il sorteggio vero la prova orale non regge.
Di Luca Leccisotti
Nei concorsi pubblici la trasparenza non è un dettaglio di forma. È la condizione minima perché la selezione sia credibile, imparziale e giuridicamente difendibile. La sentenza del Consiglio di Stato n. 4308 del 2026 lo ricorda con estrema chiarezza, intervenendo su un tema che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale: le modalità di assegnazione dei quesiti nella prova orale. In realtà, dietro la scelta tra sorteggio effettivo delle domande e buste numerate consegnate ai candidati si gioca un principio essenziale del diritto amministrativo: la procedura concorsuale deve essere non solo imparziale, ma anche strutturata in modo da rendere visibile, verificabile e incontestabile tale imparzialità.
Il punto centrale della decisione è netto: la semplice scelta di una busta numerata da parte del candidato non equivale al sorteggio dei quesiti. Non basta, dunque, predisporre un certo numero di buste, numerarle e lasciare che il candidato ne scelga una. Questo sistema può apparire casuale, ma non garantisce lo stesso livello di neutralità del sorteggio vero e proprio. Per il Consiglio di Stato la differenza non è nominalistica, ma sostanziale. Il sorteggio è un meccanismo di garanzia. La busta numerata, se non inserita in un sistema realmente casuale, tracciabile e verbalizzato, può lasciare margini di dubbio sull’effettiva neutralità dell’assegnazione delle domande.
La questione è importante perché nei concorsi pubblici la parità tra candidati non si tutela solo valutando correttamente le risposte. Si tutela anche prima, nel momento in cui vengono formate e assegnate le domande. Se il candidato A riceve un quesito attraverso un meccanismo perfettamente casuale e il candidato B riceve un quesito mediante un sistema non pienamente trasparente, il problema non nasce dalla risposta data, ma dalla regola di assegnazione. La prova orale deve essere costruita in modo tale da escludere che la commissione, o qualunque altro soggetto, possa influenzare la distribuzione delle domande.
Il messaggio della sentenza è particolarmente severo: non occorre dimostrare che vi sia stato un favoritismo concreto. Non occorre provare che qualcuno conoscesse in anticipo il contenuto delle buste. Non occorre dimostrare che la graduatoria sia stata effettivamente alterata. È sufficiente che sia venuto meno il presidio procedurale necessario a garantire casualità, segretezza e imparzialità. In altre parole, quando la regola serve a proteggere la neutralità della selezione, la sua violazione è già un vizio sostanziale. Non bisogna attendere la prova del danno finale.
Questo principio è perfettamente coerente con la logica dei concorsi pubblici. L’art. 97 della Costituzione impone che l’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni avvenga secondo regole imparziali, trasparenti e orientate al buon andamento. Il concorso non è solo uno strumento di selezione tecnica. È una procedura pubblica che deve garantire pari opportunità, neutralità della commissione, prevedibilità delle regole, tracciabilità delle operazioni e controllabilità esterna degli atti. Per questo le forme non sono un abbellimento burocratico. In un concorso, spesso, la forma è la sostanza della garanzia.
Il sorteggio dei quesiti nella prova orale risponde esattamente a questa funzione. Serve a impedire che la commissione scelga discrezionalmente le domande da porre al singolo candidato. Serve a evitare che un candidato possa ricevere quesiti più semplici o più difficili per ragioni non controllabili. Serve a impedire che si crei anche solo il sospetto di una conoscenza anticipata delle domande. Serve, soprattutto, a dimostrare che tutti hanno affrontato la prova dentro un sistema eguale, neutrale e casuale.
La scelta di una busta numerata può sembrare un sistema analogo. Ma non lo è necessariamente. Se le buste sono numerate, se non è chiaro come siano stati inseriti i quesiti, se non è verbalizzato il collegamento tra numero e contenuto, se non è garantita la casualità della distribuzione, se non è ricostruibile il momento di formazione dei plichi, allora il candidato non sorteggia realmente il quesito. Sceglie un contenitore. Il problema è che la neutralità non riguarda solo la scelta finale della busta, ma l’intera sequenza: predisposizione delle domande, inserimento nelle buste, numerazione, conservazione, esposizione, scelta, apertura e verbalizzazione.
È proprio su questa sequenza che la decisione del Consiglio di Stato assume rilievo pratico. La procedura orale non può essere affidata a prassi informali. Ogni passaggio deve essere ricostruibile. Chi ha predisposto i quesiti? Quando? Quanti quesiti sono stati predisposti? Sono stati formulati prima dell’inizio delle prove? Sono stati inseriti in buste chiuse? Le buste erano indistinguibili? La numerazione era neutra o poteva creare collegamenti conoscibili? Il candidato ha effettivamente estratto a sorte o ha solo scelto tra buste già ordinate? La commissione ha verbalizzato l’operazione? Il verbale consente a un soggetto esterno di ricostruire ciò che è accaduto?
Se la risposta a queste domande è incerta, il concorso diventa vulnerabile. E diventa vulnerabile anche se i commissari hanno agito in buona fede. Questo è un punto decisivo: nel diritto amministrativo delle procedure selettive non basta confidare nella correttezza soggettiva della commissione. Occorre costruire una procedura che renda non necessaria la fiducia personale, perché la garanzia deve stare nel metodo. La commissione può essere imparziale; ma la procedura deve dimostrarlo.
Per gli enti pubblici la lezione è chiara. Le prove orali devono essere disciplinate in modo preciso prima del loro svolgimento. Il bando, il regolamento concorsuale, le istruzioni operative e i verbali della commissione devono prevedere un meccanismo di assegnazione dei quesiti effettivamente casuale. La soluzione più lineare è la predisposizione di domande o gruppi di domande da estrarre a sorte con modalità tali da impedire qualunque collegamento anticipato tra candidato e quesito. Se si usano buste, esse devono essere anonime, indistinguibili, non riconducibili a numerazioni che possano alterare la percezione di casualità, e l’estrazione deve essere descritta puntualmente nel verbale.
Il tema della verbalizzazione è fondamentale. Troppo spesso i verbali delle commissioni concorsuali si limitano a formule generiche: “si procede alla prova orale”, “il candidato estrae la busta”, “vengono formulate le domande”, “la commissione attribuisce il punteggio”. Formule di questo tipo, nei casi più delicati, non bastano. La verbalizzazione deve consentire di verificare che la procedura sia stata effettivamente conforme alle regole. Non serve un verbale prolisso, ma serve un verbale utile. Deve indicare il metodo di formazione dei quesiti, il numero delle domande predisposte, le modalità di estrazione, il rispetto della casualità, l’eventuale presenza dei candidati, l’apertura della busta, i quesiti assegnati e la valutazione.
La trasparenza non può essere sacrificata alla velocità. È comprensibile che le amministrazioni cerchino modalità snelle per gestire prove orali con molti candidati. È comprensibile che le commissioni vogliano evitare appesantimenti. Ma la semplificazione non può sostituire le garanzie. Nei concorsi pubblici una soluzione “pratica” può trasformarsi in un vizio radicale se non assicura neutralità, tracciabilità e parità di trattamento. La busta numerata può sembrare una scorciatoia innocua; ma se non garantisce il sorteggio effettivo, diventa una falla nella procedura.
Occorre anche distinguere tra irregolarità innocue e violazioni strutturali. Non ogni imperfezione formale travolge una procedura concorsuale. Ma quando la violazione riguarda il meccanismo che assicura l’imparzialità nell’assegnazione delle domande, non siamo davanti a una mera irregolarità. Siamo davanti a un vizio che incide sulla parità dei candidati. Il sorteggio serve a evitare che la prova orale sia governata da discrezionalità non controllabile. Se quel meccanismo manca, viene meno una garanzia essenziale.
La decisione ha un impatto anche sulla responsabilità organizzativa degli enti. La corretta gestione di un concorso non è solo compito della commissione. L’amministrazione deve predisporre regole chiare, modelli di verbale, istruzioni operative, supporto amministrativo e controlli. La commissione deve applicare tali regole in modo coerente. Il responsabile del procedimento deve assicurare che gli atti siano completi e conservati correttamente. La prova orale, specie nei concorsi con molti candidati o con profili professionali delicati, deve essere trattata come una fase ad alta esposizione al contenzioso.
Un modello corretto potrebbe prevedere alcuni passaggi essenziali.
a) La commissione predispone preventivamente un numero congruo di quesiti o gruppi di quesiti, coerenti con le materie previste dal bando.
b) I quesiti sono inseriti in contenitori indistinguibili, senza elementi idonei a consentire collegamenti conoscibili.
c) Il metodo di estrazione è descritto prima dell’inizio della prova e applicato in modo identico per tutti i candidati.
d) Il candidato procede a un’estrazione effettiva, non alla mera scelta di una busta numerata già ordinata.
e) La commissione verbalizza il meccanismo seguito e i quesiti assegnati.
f) Ogni eventuale sostituzione, annullamento o riformulazione di quesiti è motivata e verbalizzata.
g) La documentazione è conservata in modo da consentire la successiva verifica della regolarità della prova.
Questi passaggi non sono burocrazia inutile. Sono la cintura di sicurezza del concorso. Se tutto va bene, nessuno li nota. Se nasce un ricorso, diventano decisivi. Una procedura ben verbalizzata si difende da sola. Una procedura approssimativa, invece, costringe l’amministrazione a spiegare dopo ciò che avrebbe dovuto documentare prima.
Il principio vale anche per le procedure digitali o informatizzate. Se i quesiti sono assegnati mediante software o piattaforme, la casualità deve essere garantita e dimostrabile. Il sistema deve produrre log, tracce, criteri di estrazione, orari e risultati. La tecnologia non elimina il problema: lo sposta sul terreno della verificabilità informatica. Anche in questo caso, l’amministrazione deve poter dimostrare che l’assegnazione sia stata neutrale e non manipolabile.
La sentenza del Consiglio di Stato richiama una regola più ampia: nelle procedure selettive pubbliche l’apparenza di imparzialità ha valore giuridico. Non basta che non vi siano favoritismi. Occorre che la procedura sia costruita in modo da non consentire ragionevoli sospetti. La fiducia dei candidati e dei cittadini nella selezione pubblica dipende anche da questo. Un concorso può essere tecnicamente corretto nella valutazione finale, ma risultare illegittimo se una fase essenziale è stata gestita con modalità opache o non pienamente neutrali.
Questa impostazione non è eccessiva. È necessaria. Il concorso pubblico assegna opportunità di lavoro, progressione, carriera, stabilità economica e riconoscimento professionale. Ogni candidato ha diritto a sapere che la propria prova è stata formata e valutata secondo regole eguali. Ogni amministrazione ha interesse a evitare che il risultato finale venga compromesso da una scelta organizzativa superficiale. Il costo di un sorteggio fatto bene è minimo. Il costo di un concorso annullato è enorme.
In termini operativi, le amministrazioni dovrebbero rivedere i propri regolamenti concorsuali e le prassi delle commissioni. Dove si parla genericamente di “scelta della busta”, è opportuno specificare il meccanismo di sorteggio. Dove si usano buste numerate, occorre interrogarsi se la numerazione sia davvero necessaria e se possa creare dubbi. Dove i verbali sono sintetici, occorre rafforzare la descrizione delle operazioni. Dove le domande sono predisposte durante la seduta, occorre valutare se ciò sia compatibile con le esigenze di uniformità, imparzialità e controllo.
L’obiettivo non è rendere i concorsi più complicati. È renderli più solidi. La solidità di una procedura selettiva dipende dalla capacità di prevenire contestazioni prevedibili. E la modalità di assegnazione dei quesiti orali è un punto prevedibilmente sensibile. Non si può trattare come un dettaglio logistico. È un atto valutativo preliminare che incide sulla parità dei candidati.
La conclusione è diretta: nei concorsi pubblici il sorteggio deve essere vero, non apparente. La busta numerata scelta dal candidato non basta se non garantisce casualità effettiva, neutralità e tracciabilità. Le commissioni devono predisporre meccanismi chiari e verbalizzati. Le amministrazioni devono vigilare sulla correttezza delle prassi. I candidati devono poter ricostruire come sono state assegnate le domande.
La regola finale è semplice: quando si seleziona personale pubblico, non deve esserci spazio per il dubbio. Se il metodo di assegnazione dei quesiti non è neutrale, o non è dimostrabile come neutrale, la prova orale è esposta a illegittimità. Il concorso pubblico vive di imparzialità, ma anche di fiducia. E la fiducia, in una procedura amministrativa, non si chiede ai candidati: si costruisce con regole chiare, sorteggi veri e verbali capaci di parlare da soli.









