I dati Istat sono solo apparentemente positivi.
Di Michele Mavino
Il rapporto ACI-ISTAT sull’incidentalità stradale 2025 offre un quadro che, ad una prima lettura, potrebbe sembrare incoraggiante. Il numero delle vittime torna infatti sotto la soglia delle 3.000 unità, attestandosi a 2.868 decessi, con una riduzione del 5,3% rispetto al 2024. Si tratta del dato più significativo dell’intero rapporto e rappresenta un segnale positivo, anche perché il tasso di mortalità scende da 51,4 a 48,7 morti per milione di abitanti.
Una lettura più approfondita, tuttavia, suggerisce prudenza prima di parlare di un vero miglioramento della sicurezza stradale. Parallelamente alla diminuzione delle vittime aumentano infatti sia gli incidenti con lesioni (+2,2%), che raggiungono quota 177.207, sia il numero dei feriti (+1,7%), saliti a 237.822. In altre parole, sulle strade italiane si continua a verificare un numero crescente di sinistri; ciò che diminuisce è la loro letalità media.
Questo dato induce ad alcune riflessioni. Da un lato, è plausibile che i progressi nella sicurezza passiva dei veicoli, il continuo miglioramento dei sistemi di assistenza alla guida (ADAS), la rapidità dei soccorsi sanitari e la maggiore qualità delle infrastrutture abbiano contribuito a ridurre la gravità delle conseguenze degli incidenti. Dall’altro lato, però, il fatto che gli eventi continuino ad aumentare dimostra come il problema della prevenzione sia tutt’altro che risolto.
Particolarmente significativo è il dato relativo agli utenti vulnerabili della strada. Se complessivamente le vittime diminuiscono, aumentano invece i decessi tra ciclisti, utilizzatori di biciclette elettriche e conducenti di monopattini elettrici. Le vittime della cosiddetta mobilità attiva e della micromobilità raggiungono complessivamente quota 253, con incrementi molto rilevanti rispetto all’anno precedente. È un fenomeno che conferma come la trasformazione della mobilità urbana richieda un parallelo adeguamento delle infrastrutture, della progettazione degli spazi pubblici e delle strategie di controllo.
Anche il confronto con gli obiettivi europei invita alla cautela. L’Italia migliora rispetto al 2024 e registra una diminuzione delle vittime superiore alla media dell’Unione europea nell’ultimo anno (-5,3% contro -2,4%), ma rispetto al 2019 il nostro Paese presenta una riduzione dei decessi del 9,6%, inferiore al calo medio europeo (-14,7%). Ciò significa che il percorso verso il target europeo del dimezzamento delle vittime entro il 2030 rimane ancora impegnativo.
È inoltre interessante osservare come il rapporto ISTAT venga pubblicato pochi mesi dopo l’entrata a regime delle modifiche introdotte dal nuovo Codice della strada. Sarebbe tuttavia metodologicamente scorretto attribuire già oggi la diminuzione delle vittime agli interventi normativi più recenti. L’incidentalità stradale è un fenomeno estremamente complesso, influenzato da numerose variabili (volumi di traffico, condizioni meteorologiche, evoluzione del parco veicolare, infrastrutture, controlli, fattori socioeconomici) e sarà necessario attendere almeno qualche anno per valutare con sufficiente attendibilità l’effettivo impatto delle nuove disposizioni.
Il dato forse più emblematico dell’intero rapporto è che in Italia si continua ad avere più incidenti, ma essi provocano meno morti. È certamente una buona notizia, ma non può essere interpretata come la prova di un miglioramento strutturale della sicurezza stradale. L’obiettivo di una moderna politica della mobilità non dovrebbe essere soltanto quello di ridurre la mortalità, bensì quello di diminuire il numero stesso dei sinistri. I quasi 238.000 feriti registrati nel 2025 ricordano infatti che ogni incidente continua a rappresentare un costo umano, sociale ed economico elevatissimo.
Per questo motivo il rapporto ACI-ISTAT 2025 deve essere letto come la conferma che la sicurezza stradale richiede un approccio integrato nel quale controlli, infrastrutture, tecnologia, formazione e cultura della legalità operino congiuntamente. Solo così sarà possibile trasformare il calo delle vittime in una riduzione stabile e significativa dell’intera incidentalità, avvicinando concretamente gli obiettivi fissati dall’Unione europea per il 2030.
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