Spunti operativi alla luce del progetto pilota della Regione Piemonte
Di Rinaldo Brusca
Con la recente deliberazione della Giunta Regionale datata 28 Luglio 2026, la Regione Piemonte ha tracciato una significativa modernizzazione ed efficientamento nell’assetto organizzativo delle specializzazioni interne della Polizia Locale.
Il provvedimento dispone l’avvio di un organico progetto sperimentale finalizzato all’istituzione ed al coordinamento strategico-operativo delle unità cinofile sull’intero territorio regionale piemontese, a supporto della sicurezza urbana.
Lo scopo del progetto risiede nell’istituzione di una rete strutturata con competenza d’impiego a livello regionale fondato sulla condivisione delle risorse tra i vari Enti locali, offrendo ai Comandi di Polizia Locale che già dispongono di personale specializzato di nuclei cinofili, di manifestare il proprio interesse ad aderire a questo progetto.
La finalità ha un duplice scopo, da un lato quello del potenziamento d’intervento delle unità cinofile esistenti e dall’altro quello di estendere la professionalità e l’impiego di tale specializzazione anche a tutti quei Comandi sprovvisti di un nucleo cinofilo interno.
Le unità cinofile regionali potranno operare in regime di ausilio garantendo un supporto tecnico-operativo imprescindibile nelle attività di prevenzione, controllo del territorio e sicurezza urbana.
La sperimentazione sottolinea la crescente importanza delle unità cinofile nelle odierne attività svolte dalla Polizia Locale, uno spunto di riflessione finalizzato ad adottare un modello unico di formazione per gli operatori e del binomio cane-conduttore.
L’impiego sempre più frequente delle unità cinofile nella Polizia Locale rappresenta un focus di grande interesse da parte degli enti preposti. Tale scelta si basa in primis sulle straordinarie capacità olfattive del cane, senza tuttavia trascurare un ulteriore pilastro fondamentale: la strutturazione del binomio cane-conduttore, sia nella fase preparatoria sia in quella operativa.
Una doverosa precisazione permette di sfatare il falso mito secondo cui i cani da ricerca antidroga verrebbero formati attraverso l’induzione di una dipendenza dagli stupefacenti. Al contrario, il modello di addestramento si fonda sul principio del condizionamento operante di matrice skinneriana. Attraverso un approccio ludico-cognitivo, si attiva un processo di associazione tra le componenti volatili delle sostanze stupefacenti e il target motivazionale dell’animale, costituito dal gioco. Nella primissima fase addestrativa, il procedimento formativo si focalizza sull’associazione tra il contatto visivo con il gioco (manicotto, pallina, ecc.) e l’odore molecolare della sostanza. A tal fine si impiegano anche simulacri chimici che replicano lo spettro olfattivo dello stupefacente, ma sono del tutto privi di principio attivo tossicologico.
Nell’attività di ricerca, il risultato ottimale dipende strettamente dalla rigorosa applicazione metodologica nelle fasi antecedenti l’attivazione del cane. Il conduttore deve valutare con chiarezza lo scenario d’intervento e adottare tutti gli accorgimenti necessari per facilitare la ricerca, salvaguardando al contempo la salute e l’integrità dell’animale.
Il primo passo consiste in una bonifica tattico-preventiva. In questa fase, il conduttore esegue un’accurata ispezione visiva dello scenario per individuare tempestivamente eventuali minacce. I contesti operativi sono estremamente eterogenei e presentano insidie peculiari: la presenza di frammenti di vetro, siringhe, agenti chimici, esche avvelenate, elementi meccanici taglienti o superfici ad alta temperatura (come nel caso del controllo esterno di un veicolo) sono solo alcuni esempi di pericoli che devono essere categoricamente esclusi o neutralizzati prima del rilascio del cane.
Un ulteriore aspetto da valutare riguarda la corretta individuazione del punto di inizio della ricerca, in stretta correlazione con le leggi della termodinamica e della fluidodinamica. In condizioni ottimali, l’approccio allo scenario deve avvenire controvento o perpendicolarmente a esso (cross-wind search) rispetto alla posizione del target stimato, sfruttando il movimento dei flussi d’aria.
Particolare attenzione deve essere prestata al rischio di incorrere nel cosiddetto effetto “Clever Hans”. Tale fenomeno si traduce in un condizionamento involontario del cane da parte del conduttore durante la ricerca, innescato da micro-segnali posturali o visivi, consci o inconsci, emessi dall’operatore umano. Durante l’ispezione, infatti, la comunicazione non si esaurisce nel canale verbale: l’atteggiamento corporeo del conduttore può generare macroscopici condizionamenti tecnici in grado di alterare le risposte operanti del cane. Ad esempio, se il conduttore si sofferma in modo statico su una determinata area o interagisce manualmente con le zone da controllare, rischia di polarizzare l’attenzione del cane su quel punto specifico, spingendolo ad abbandonare l’ispezione olfattiva autonoma in favore di una segnalazione fittizia guidata dall’aspettativa dell’umano.
Il conduttore deve mantenere lo sguardo orientato sul cane per decodificarne immediatamente i segnali fisici e avere una chiave di lettura in tempo reale, muovendosi con fluidità ed evitando arresti improvvisi non motivati dal contesto. Da un punto di vista strettamente operativo, un errore frequente tra i conduttori meno esperti consiste nell’anticipare il movimento di recupero del premio (errore di timing) prima che il cane abbia completato e consolidato la sua segnalazione, sia essa attiva o passiva. Se questo accade, l’animale smette di discriminare la traccia chimica e impara a produrre false segnalazioni ogni volta che intercetta quel micro-movimento della mano o del corpo del conduttore.
Per eliminare radicalmente queste interferenze comportamentali, i protocolli operativi prevedono il sistema del double-blind (o doppio cieco), fondamentale sia nell’addestramento avanzato sia nelle procedure di certificazione ufficiale delle unità cinofile. In questo regime, il conduttore è totalmente all’oscuro della presenza e della posizione del target insidioso, occultato in precedenza da un operatore terzo. In questo modo, il conduttore è costretto a delegare e a fidarsi esclusivamente delle reali capacità olfattive del proprio cane.
Infine, al termine di una ricerca reale conclusasi con esito negativo – ovvero in accertata assenza di stupefacenti – il conduttore deve tassativamente eseguire una sessione di “successo pilotato” al di fuori del perimetro operativo. Posizionando un target facilmente individuabile in un ambiente neutro, si permette al cane di completare il lavoro con una gratificazione, preservando intatta la sua motivazione e la spinta propulsiva alla ricerca per i servizi futuri.










